2021 Milano Climate Camp

Ma non chiamatelo «nuovo ‘68»

Al Climate Camp allestito sul prato del Centro Sportivo XXV Aprile, Giuliana sta finendo di smontare la sua tenda. Dopo esser arrivata da Torino con una “carovana a pedali” ha trascorso qui l’intera settimana insieme a tanti altri attivisti arrivati da tutta Italia per partecipare alle mobilitazioni milanesi per il clima. «Spesso mi chiedo se realmente tutto ciò ci porterà al cambiamento sperato – racconta –. Poi, però, mi domando se esista un’alternativa e non vedo risposta diversa dal continuare ad impegnarmi e dare il mio contributo». Per tutto il tempo della nostra conversazione il sorriso di Giuliana è una costante. I suoi occhi sono il riflesso di quello slancio – alcuni potrebbero parlare d’illusione, a seconda dei punti di vista – dei vent’anni. Narrano di una generazione che vorrebbe stringere tra le mani il proprio futuro, ma che non ha ancora ben definito la strategia giusta per afferrarlo.

Fantasia al potere. Dopo il corteo di venerdì, c’è chi si è affrettato ad etichettare il movimento del Climate Strike come l’inizio di un nuovo ’68. I punti di contatto sono innegabili: dalla volontà di non avere un leader alla critica della società contemporanea, dalla mancanza di fiducia nelle istituzioni al desiderio di non delegare a nessuno le proprie scelte. «Greta Thunberg non è il nostro leader – spiega Emma, attivista arrivata da Livorno –. E’ un punto di riferimento per il movimento. Certamente il circolo mediatico che le ruota intorno è qualcosa di positivo, in quanto permette di mantenere alta l’attenzione sul tema del cambiamento climatico.

Spero che l’interesse continui a rimaner vivo anche quando la celebrità di Greta si sgonfierà». Un po’ come la generazione della “fantasia al potere”, le istanze portate avanti dagli ecoattivisti sono trasversali. «Io provengo dall’area di “Non una di meno” – prosegue Emma –. Mobilitarsi per l’emergenza climatica significa combattere per un mondo più sostenibile sotto tutti gli aspetti, quindi anche per una società più egualitaria e più giusta».

Forzature e identità. Cercare, però, un parallelismo con il ’68 è un’inutile forzatura. Si carica di aspettative qualcosa ancora ad uno stato embrionale e si dà, in qualche modo, un giudizio a priori. Proprio quello che non serve alle nuove generazioni ancora alla ricerca di una loro identità. I giovani di Fridays for Future e di tutti gli altri gruppi ambientalisti stanno indubbiamente conducendo una lotta per il futuro che si tinge di maggior significato alla luce di un avvenimento epocale come la pandemia. «Non possiamo mettere la testa sotto la sabbia e negare che il Covid non sia correlato al cambiamento climatico – sottolineano Tommaso e Isabella, mentre sgranocchiano una mela –. Molti studi confermano che l’inquinamento atmosferico facilita la diffusione dei virus. Combattere il riscaldamento globale è una questione di salute che riguarda tutti, indistintamente». Il domani è nelle loro mani. Anche in quelle di Sofia, dall’inconfondibile accento veneto: «Siamo qui tutti con gli stessi ideali. Dico sempre che il movimento è come andare agli scout: si fa subito amicizia e si condivide tutto». Certamente l’entusiasmo non manca.

Testo di Fabio Implicito

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